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 | Il mondo geme sotto un cielo opaco,
sa di ferro e di fumo,
le strade trattengono passi senza nome.
Chiama -
non con parole,
ma con crepe nei muri,
con frutti marciti tra le dita.
“Venite.”
Tra fango e frutti spezzati – risponde Neruda:
una pesca aperta cola sulle mani,
il pane si spezza e profuma ancora,
nei vicoli qualcuno ride a metà.
La terra insiste,
sporca, viva,
e sotto le unghie resta il sole.
Tra soglie chiuse – sussurra Dickinson:
non bussare – ascolta -
il vuoto tra due battiti
il fiore che esita
una crepa nella tazza
lì
una luce minima
trattiene il giorno.
io celebro i corpi che sentono, gridò Whitman:
le mani larghe, il sudore,
i piedi nella polvere,
i petti che si alzano insieme
-respiro su respiro -
nessuno è solo
quando il sangue ricorda la strada,
canto carne e vento,
fango e denti stretti,
e il mondo riprende corpo
in ogni passo.
Allora
tra pietre e ferri, tra fango e residui,
qualcosa cede:
una mano resta aperta,
un passo non si ritrae,
tra i cocci
un filo verde insiste, cresce, pulsa.
E senza nome, quasi senza voce,
la luce ritorna
batte nel petto del mondo,
nel cuore che non smette di sentire. | |
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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«Questa poesia nasce dall’urgenza di ricordare la bellezza che il mondo ha dimenticato, immerso nel superfluo quotidiano.
Ho cercato nei Poeti, quelli Veri la voce capace di mostrarci ciò che la vita, nel silenzio e nella poesia, sa ancora rendere sacro naturalmente a modo mio...» |
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