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♦ Pierfrancesco Roberti | |
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Aprile 2026 |
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 C’erano stanze accese dentro il petto,
piccoli soli al riparo del vento,
e un bene quieto, semplice e perfetto,
che respirava piano nel presente, lento.
Ma io guardavo oltre la collina,
dove il domani luccicava d’oro,
una promessa magra e clandestina
che mi chiamava come un coro.
Correvo e la mia corsa era preghiera,
sete vestita a festa sotto il sole,
stringevo sabbia credendola bandiera
e nominavo “destino” le parole.
Ogni passo un addio non dichiarato,
ogni stagione un vetro che si incrina,
mentre il cuore, rimasto disarmato,
restava indietro come casa in rovina.
E il miraggio, splendido animale,
fuggiva sempre un passo più lontano
aveva il volto chiaro dell’ideale
e l’ombra lunga della mia mano.
Poi l’ho raggiunto, ansante di deserto
era lì, finalmente, tra le dita
solido, caldo, vivo, certo
come una porta appena schiusa alla vita.
Ma dentro quella luce conquistata
non c’era il canto atteso nel cammino
era la stessa gioia abbandonata
per inseguire un più lucente destino.
Ciò che cercavo ardeva già nel petto,
era il mio pane, il mio mattino,
ma l’ho smarrito passo dopo passo
offrendolo in pegno al dio del “più lontano”.
Ora so: non era il sogno a mentire,
ma il mio correre cieco contro il tempo.
Si perde ciò che non si sa custodire,
si rompe il cielo se lo si vuole immenso.
E la verità nuda, senza gloria
mi attende dove il fiato si fa piano
non si conquista ciò che è già memoria,
non si rincorre ciò che è già tua in mano.
Perché il miraggio è figlio della fretta,
fiorisce dove il cuore non si ferma
e mentre insegui un’alba più perfetta
ti muore in casa l’unica lanterna.
Così ho imparato, tardi, ma davvero
che il tempo non restituisce il dono
trasforma in sabbia l’oro più sincero
se lo abbandoni per inseguire un suono.
E adesso so che il più crudele inganno
non è il deserto che ti illude e brucia
è avere il cielo intero tra le mani
e perderlo correndo verso ciò che pensi sia la sua luce. | 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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| «“Avevamo il cielo tra le mani” l’ho scritta in un momento particolare della mia vita, non è solo una poesia ma la consapevolezza dell’istante in cui il fiato si ferma e ciò che cercavi smette di essere altrove...» |
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