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 Il cibo è cultura, condivisione, convivialità.
Il primo gesto di Dio fu quello
di nutrire l’uomo creando i vegetali
e di una madre porgere il seno
gonfio di latte e amore al figlio.
Il cibo sono i banchetti di Omero
e quelli di Paolo Veronese, densi
di relazioni gerarchiche fra i commensali.
E’ l’esuberanza delle nature morte olandesi
e quelle mistiche, incorruttibili di Zurbaran,
gli echi popolari della Vucciria di Guttuso.
Quando ci si appropria con ingordigia
del cibo degli altri
seguendo la logica del profitto
-il bordo inflessibile dell’opulenza-
si resta prima o poi senza risorse
costretti come cani randagi
a mendicare persino l’ultima briciola
l’ultima goccia d’acqua
mentre il cibo è comunione e umanesimo.
E’ il bicchiere di cristallo e la tovaglia di lino
da tirare fuori per un ospite inatteso
forse anche indesiderato.
Se non usciremo dall’inazione
e dal solipsismo anche virtuale,
non faremo ognuno la propria parte
sfidando l’armatura possente delle multinazionali,
ci sarà poco non solo da mangiare
ma anche da raccontare
sull’amenità rimasta di questo nostro pianeta
ai compagni (cum- panis) di tavola e di vita.
Il cibo è l’agroecologia e la biodiversità,
è la sostenibile leggerezza della sobrietà felice.
Non avendo coscienza di tutto questo
allora le visite all’Expo
saranno solo inutili abbuffate
intrise di noia e falso benessere,
code interminabili ai padiglioni
in cerca di uno stupore contraffatto.
Non canteremo insieme
tutto il sapore genuino del mondo. | 
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Opera pubblicata ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dell'Autore.
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