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♦ Pierfrancesco Roberti | |
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Aprile 2026 |
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 | È l’aprile che torna con la sua luce cruda,
ma qui il tempo ha un altro battito, un restio
fermarsi tra le pieghe. La giacca è nuda
sopra il legno, nel vuoto d’un addio.
Ha tenuto la curva delle spalle,
il peso dei gomiti, l’ombra del respiro
un guscio che non cede, tra queste mura gialle,
mentre il sole rade il panno e ne scolora il filo.
Sa ancora, a tratti, di colonia e di sera,
quando passando vicino qualcosa ritorna
come un odore che insiste e non si dispera,
un nome nel petto che non si pronuncia.
Di fronte, il comò ne raccoglie il segreto
una foto incorniciata - due corpi vicini -
dove il tempo s’arresta, trattenuto e quieto,
in un gesto che non sa di essere finito.
E la giacca par che parli, appena, nel suo assetto,
a quell’immagine ferma, a ciò che resta
come se ancora cercasse, nel vuoto discreto,
chi da quel quadro esce, e chi vi è rimasta.
Nello specchio di sopra il riflesso s’imbeve
di questo dialogo muto, di questa veglia
la lana sbiadita e la foto, in una trama lieve,
si cercano nel vetro che tutto pareggia.
Così l’ombra si specchia e si fa vita,
nella luce che stinge e che pare un ritorno
mentre la stoffa, dal raggio ferita,
veglia sul mondo e sull’inganno del giorno. | 
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