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 Sposta lo sguardo, luna,
non fissare dove la pelle cede.
Non voglio la pietà delle tue mani pulite,
né un nome gentile per quello che dentro mi brucia.
Ho chiuso a doppia mandata ogni porta,
lasciando fuori il rumore dei consigli.
Stasera invito a cena il mio buio,
gli offro il posto d’onore,
gli metto ai piedi catene lucide.
Sposta lo sguardo, luna,
non illuminare.
Stasera devo ballare col mio dolore.
Lo prendo per i polsi,
lo sento gravare sul respiro,
un compagno cucito addosso.
Giriamo in un perimetro di vetri incrinati
finché il battere dei passi
copre i pensieri.
Qui non c’è zucchero.
La lingua impara il ferro,
lo mastica tra i bocconi.
Il fiato corto si tende e canta,
come se il corpo imparasse a restare.
C’è una dignità feroce nel restare dritta nel buio,
un’eleganza che solo chi è caduto conosce.
Io sono l’incendio e sono il secchio d’acqua,
sono il naufragio e la riva.
Sto masticando il mio inverno a morsi vivi.
E ti prego - No -
non chiamarlo strazio, non chiamarlo resa:
è la mia festa privata,
un assedio di gioia feroce.
Finché non albeggia
resto qui,
nel centro esatto della frattura,
e dico alla morte, senza abbassare lo sguardo:
sono ancora qui. Non mi hai vinta! | 
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